sabato 10 gennaio 2015

Il bosco avrà una grande Anima.

Le piante hanno una coscienza?

Monumentale, questo castagno.


Ti svegli la mattina presto, arrivi fino all'angolo più sperduto del comune di Camugnano, ti inerpichi per una stradina all'% di pendenza e alla fine scopri che il museo del bosco che stavi cercando è composto da 1 stanza e mezza, e che la cosa più interessante che contiene è un nido di calabroni. Potresti anche sopportarlo, però ti sei portato dietro un pupazzo perfido che ti scruta ridacchiando e ti ricorda quanto sei coglione, che invece di viaggiare fino al bosco di Poranceto faresti meglio a impiegare il tuo tempo ad altre attività, tipo i balli latino americani, che hanno un più alto tasso di gnocca.
Ma dai, Coso Rosso! Nella vita non esiste solo la gnocca. E poi questo posto non è così male, museo a parte: Guarda questi castagni che ci sono attorno. Quanti anni avranno? Il Coso Rosso russa già.
Mi avvicino a un tizio con il codino, che poi è una guida del Parco dei Laghi di Suviana e Brasimone, Il castagneto è stato messo a dimora da Matilde di Canossa nell'XI° secolo, quindi le piante più vecchie hanno attorno ai 900 anni, sono considerate come monumenti e protette dalla legge. Il tipo si lancia in una divagazione su come la legislazione italiana ed europea si sia evoluta in questo settore, e su come siano distribuiti gli alberi monumentali nella regione; Sto maturando la decisione di accovacciarmi all'interno di un tronco cavo e dormire un po', quando il tizio cambia regime e inizia a parlare della coscienza delle piante.
Coscienza? Svegliati Coso Rosso, questa la devi sentire.
Le piante non crescono a caso, ma si sviluppano nella direzione a loro più favorevole, verso la zona di terreno più ricca di nutrimento o meglio soleggiata, rispondono agli stimoli, come la musica, alla presenza/assenza dell'uomo, quindi sono senzienti.
La guida afferma anche di più: sembra che le piante abbiano un sistema nervoso, un cervello insomma. Solo che è diverso da quello animale, noi possiamo scappare per preservarci, loro no, quindi avrebbero distribuito il sistema nervoso in tanti micro-cervelli costituiti da poche cellule situate all'apice delle radici, in modo che, anche danneggiato, il loro sistema continui a funzionare e possa essere riparato.
Le piante comprendono quello che succede. Non ditelo ai vegetariani però, altrimenti ci muoiono tutti di fame.
Aggiunge ancora: sembra che le radici di diverse piante, intrecciandosi fra loro, possano scambiarsi informazioni.
Difficile dire se sia vero, ma è una idea così deliziosamente poetica, così intensamente magica, che voglio crederci. Una coscienza collettiva, la grande anima del bosco che scorre nel sottosuolo.
Tu, Coso Rosso, ce l'hai una coscienza?
Certo che sì. L'ho messa anch'io sottoterra, da qualche parte. Ma non ricordo dove.

giovedì 1 gennaio 2015

Il Quarantesimo chilometro.


Il quarantesimo chilometro.



Faceva qualche esercizio di stretching, per quanto consentiva l’angusto spazio che aveva a disposizione in mezzo agli altri corridori. Attorno a lui c’era il gran vociare euforico di una folla che si appresta ad una grande impresa. Il clima era splendido, l’aria era fresca, non poteva capitare una giornata migliore. Indossava il pettorale numero 3577, e aveva una gran voglia di partire. Anna, la sua compagna, non era altrettanto entusiasta. “Ma sei sicuro? Vuoi farlo lo stesso, anche dopo quello che è successo?” Gli aveva chiesto con lo sguardo premuroso, prima che entrasse nelle gabbie. Che domande, certo che voleva farlo, ci mancherebbe altro! Si era allenato per mesi, aveva programmato le sue settimane e le sue giornate per arrivare preparato a quell’evento. Avrebbe partecipato a quella maratona, nonostante tutto. Tentò di sgombrare la mente ricontrollando la sua attrezzatura. Il cardiofrequenzimetro funzionava, il cronometro pure, le scorte alimentari erano al loro posto. Si allacciò per l’ennesima volta le scarpe, stringendo per bene. Adesso era concentrato, mancavano pochi minuti alla partenza e fra i partecipanti era calato un silenzio trepidante. Prima di quanto si aspettasse un colpo di cannone diede il via. Fu il boato più potente che avesse mai sentito, o almeno così gli sembrò. Fra le urla festanti del pubblico, l’esodo ebbe inizio, a migliaia si immisero nel percorso in un caotico scambiarsi di posizioni, secondo il ritmo che ognuno voleva dare alla sua gara. Dopo tre o quattro minuti impiegati per farsi largo tra la folla, trovò lo spazio che gli serviva e cominciò a far girare le gambe. Un centinaio di metri davanti a lui ballonzolava la maglietta gialla di un altro concorrente, con la scritta “Hard Rock” sulle spalle. Decise di accodarsi a lui, trovando facile sostenere la cadenza del suo passo. Sorrideva, provava una sensazione bellissima e liberatoria. Non pensava affatto a quello che era successo. Pensava solo a correre.

Al quinto chilometro osservò il suo cronometro. Stava filando a un ritmo più veloce di quel che aveva programmato. Troppo veloce. Temeva di pagarla nel tratto finale, quando le energie servono davvero. Se voleva arrivare al traguardo doveva risparmiarsi, doveva controllare l’impeto, ma non era facile, dopo tutto quella era la sua prima maratona. Chi l’avrebbe mai immaginato? Lui, tutto computer e scrivania, che si faceva quarantadue chilometri al trotto. Ripensò a com’era cominciata quella avventura, dieci mesi prima. Stava facendo la sua solita passeggiata nel parco quella domenica mattina, quando un ragazzo che faceva jogging lo superò saltellando elegantemente. Sarebbe piaciuto anche a lui correre, mantenersi in forma. Sì, doveva assolutamente farlo, e nel momento stesso in cui prendeva questa decisione, si pose anche l’obiettivo di portare a termine una maratona, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Lui era fatto così, si faceva rapire dalle sue idee. Quella sera stessa, durante una cena a casa dei genitori, dichiarò la sua intenzione quasi senza prendersi sul serio. Ci scherzarono un po’ su, tra una forchettata di pasta e un boccone di arrosto, finché suo padre, con il suo solito volto di cemento, affermò: “Se ti conosco bene abbastanza, finirai per fermati al quarantesimo chilometro. Inizi un milione di progetti e non ne porti a termine nemmeno uno.”
Suo padre. Quel severo, esigente uomo distante. Non gli aveva mai concesso un riconoscimento in tutta la vita. Un osservatore indifferente. Peggio: un critico incontentabile.
Il giorno successivo diede inizio alle ricerche sui metodi di allenamento e fece la sua prima, breve corsa serale.

Dopo undici chilometri scomparve un piccolo dolore che si era manifestato ai muscoli tibiali. Ora andava tutto bene, la sua corsa era sciolta. I suoi tempi erano ancora troppo veloci e il cardiofrequenzimetro segnava battiti troppo elevati, tuttavia non si sentiva affaticato. Davanti a lui, mister Hard Rock era già in difficoltà, aveva rallentato, la sua maglietta gialla era sempre più vicina. Lo sorpassò in scioltezza, traendone una immensa soddisfazione. Pensò che forse era una di quelle giornate in cui ti riesce tutto bene. Come quella volta che incontrò Anna, la sua Anna. Fu tutto così naturale, quella sera: fu sufficiente uno sguardo per capire. Si avvicinò a lei con la certezza di piacerle, ed era vero. Trovò tutte le parole e gli argomenti giusti, la conquistò. L’affiatamento di quel primo incontro si trasformò in complicità nelle settimane successive, e ben presto divenne amore. Non si erano più lasciati, avevano anche pensato al matrimonio, avevano ipotizzato di avere figli, un giorno. “Chissà come sarebbero felici i nostri genitori di poter fare i nonni.” Gli diceva Anna, sorridendo, ogni volta che ne parlavano. Davvero, sarebbe stato meraviglioso, bisognava solamente aspettare il momento giusto, in un mondo così complicato. Ma il momento giusto per sposarsi non era mai arrivato, men che meno per fare figli. Mai negli ultimi otto anni.

Percorrendo il lungo rettilineo che iniziava al diciannovesimo chilometro si accorse di essere rimasto solo. Non c’era pubblico, nessun concorrente né davanti, né alle spalle. Solo un vigile, in fondo, che controllava che si svolgesse tutto bene in quel tratto fantasma.
Non era certo una novità per lui. La sua azienda lo mandava spesso in viaggio all’estero per fare i controlli di qualità del prodotto, e doveva passare intere settimane da solo, in paesi dove non conosceva nessuno. Per meglio dire: coloro che lo conoscevano, non lo trovavano simpatico. Come può starti simpatico uno che ti fa le pulci tutte le volte che si presenta alla tua porta? Ad ogni modo la solitudine non era una condizione che lo spaventava. Nel silenzio della camera singola dell’albergo di turno, la sera, poteva leggere senza distrazioni. I suoi preferiti erano i romanzieri russi. Tolstoj in particolare. Si sentiva bene anche passeggiando nei centri cittadini stracolmi di persone che non potevano riconoscerlo, amava le vie commerciali, sperimentava le specialità culinarie del luogo. E poi lontano da casa si sentiva di buon umore, come alleggerito da una zavorra mentale. Questo nei primi giorni, poi, trascorsa una settimana, subentrava la nostalgia, forse però sarebbe stata meglio chiamarla in un altro modo: era più l’incombenza di un dovere, il richiamo delle radici. Due anni prima, l’amministratore dell’azienda l’aveva convocato nel suo ufficio: gli aveva fatto i complimenti per il suo lavoro, e gli aveva detto che intendeva proporgli di assumere il ruolo di dirigente aziendale, a capo del settore qualità. Lusinghiero, certo. Ma quanto tempo avrebbe dovuto dedicare al lavoro? Quante responsabilità, quanti pensieri sarebbero derivati da questo avanzamento di carriera? La sua vita ne sarebbe uscita di certo stravolta. Inoltre rischiava di fare il passo più lungo della gamba, di non essere in grado di reggere la pressione. Meglio continuare a fare quel che stava già facendo, era più sicuro. Rifiutò l’offerta, nella certezza di aver fatto la cosa giusta. Non aveva mai raccontato a nessuno di quella scelta, non alla sua famiglia, e neppure ad Anna.
Sfilò davanti al vigile che lo seguiva con il suo sguardo impassibile, alla fine del rettilineo. Dietro la curva che stava affrontando vide il punto di rifornimento, rallentando appena afferrò un bicchiere di acqua e un integratore di sali minerali. Ne aveva davvero bisogno, cominciava a sentire una certa secchezza in fondo alla gola.

La fame lo colse al ventottesimo chilometro. Era normale che fosse così. Come prevedeva il suo programma di gara, si era svegliato tre ore prima della partenza e aveva fatto una colazione abbondante, a base di fette biscottate integrali e miele, senza farsi mancare qualche grammo di prosciutto. Circa cinquecento calorie in carboidrati e una piccola dose di proteine. Dopo il chilometro venti aveva mangiato le maltodestrine in gel, al rifornimento successivo buttò giù una barretta alla frutta, ora era quasi giunto il momento di utilizzare la seconda busta di gel. Durante gli allenamenti aveva testato tutti i gusti esistenti in commercio, ma nonostante i volonterosi tentativi, nessuno era ancora riuscito a rendere quella roba meno disgustosa. Cominciava a sentire le gambe un po’ pesanti, il fiato era buono, sebbene più affannoso di prima, il ritmo era leggermente calato. D’altra parte era già ben oltre la metà della gara. Aveva immaginato di essere più stanco, a questo punto. Si persuase che avrebbe potuto tagliare il traguardo in meno di quattro ore senza tanti problemi. Niente male per una matricola. Una matricola, già. Gli tornarono in mente i primi tempi alla facoltà di statistica, quando era convinto che sarebbe riuscito a laurearsi in corso. In effetti era partito bene, il primo anno aveva fatto il percorso netto: trenta in tutti gli esami. Poi aveva perso l’entusiasmo, non rispettava più il programma di studi. Aveva completato gli esami dopo sette anni, ma non aveva mai finito di preparare la tesi. Aveva piantato lì e non sapeva nemmeno lui perché. Si vede che era destino. Guardò a terra, i suoi piedi si alternavano sull’asfalto, a ogni passo la fatica cresceva, e cresceva la consapevolezza che suo padre aveva ragione. Lui era uno di quegli uomini che mollano sempre.

Al trentatreesimo chilometro lo stomaco lo tradì. Il gel ballava su e giù come una pallina all’interno di un flipper. I tentativi di digestione si traducevano in rigurgiti acidi e gli rendevano difficile anche una respirazione regolare. Doveva saperlo che sarebbe stato lo stomaco. Maledetto, maledetto stomaco, voleva portagli via anche la maratona? Non bastava che si fosse già preso suo padre? Suo padre, cinque mesi prima, aveva cominciato ad avere problemi di digestione e dolori all’addome sempre più frequenti e più forti. Al primo esame lo trovarono: un tumore maligno, aggressivo, rabbioso. Sua madre piangeva, quando gli diede la notizia. Suo padre lo osservava, serio, seduto con i gomiti poggiati al tavolo, probabilmente sperduto, per la prima volta in vita sua. Anna corse ad abbracciare quell’uomo finito. Lui no, scosse il capo, senza dir nulla, uscì dalla porta e prese a correre, spingendo forte sulle gambe. Spinse finché poteva, finché rimase privo di fiato. Si piegò con le mani poggiate sulle ginocchia, ansimando. Suo padre sarebbe morto. Il tumore era incurabile. Non c’era niente da fare. E adesso, in questa corsa solitaria, cosa poteva fare? Non riusciva più a mantenere la concentrazione, l’andatura era scomposta. Le gambe gli pesavano sempre più, e mancavano ancora quasi dieci chilometri alla fine. Le sue energie si sarebbero consumate inesorabilmente come il corpo di suo padre? Quel corpo magrissimo, snervato. Il fiero volto di cemento trasformato in un aquilone di ossa e pelle, senza che ci fosse alcun vento a sostenerlo. La forza di suo padre si era velocemente annullata, la sua vitalità spenta. Ben presto non era più stato capace di reggersi in piedi da solo. Sarebbe successo anche a lui? Sarebbe stramazzato rovinosamente sulla strada? In questa corsa come nella vita, un perdente.

Al trentacinquesimo chilometro era una nave alla deriva. L’andatura lentissima, il busto sistemato in diagonale rispetto al bacino, la spalla destra sempre protesa in avanti, mentre il braccio sinistro, invece di accompagnare l’azione delle gambe, dondolava pesantemente lungo il fianco, facendosi trasportare come fosse un clandestino. Improvvisamente sentì un forte senso di nausea. Forse era la volta buona che si toglieva di dosso quel maledetto gel. Tentò di assecondare l’impulso, ma fu inutile. Peggiorò solo la situazione. Per lo sforzo, ora lo stomaco gli faceva un gran male. Rise di se stesso: non era capace nemmeno di vomitare. Era diventato una caricatura. Negli ultimi tempi le mansioni più semplici si trasformavano in disastri. Quando suo padre non era più in grado di muoversi dal letto, poco prima della fine, lui trascorse alcune sere a vegliarlo. Tentavano ancora di fargli mangiare qualcosa, ma la malattia era troppo avanzata. Regolarmente rimetteva tutto quel che ingeriva. Quella volta non fu diverso; afferrò la padella con l’intento di svuotarla, ma alzandosi perse la presa e ribaltò tutto sul letto. Suo padre lo fissò silenziosamente. Quella poca energia che gli era rimasta, la mise tutta in quello sguardo severo. Fu il rimprovero più duro che avesse mai ricevuto. Tirò un respiro profondo nella vana speranza che lo stomaco smettesse di dolergli. I suoi occhi gli bruciavano terribilmente, ma era il sudore. Era solamente il sudore.

Fu al chilometro trentotto che la crisi divenne insostenibile. Si trascinava avanti, ma non seguiva più una linea retta. La sua vista era offuscata, ai crampi allo stomaco si erano aggiunti quelli al retro coscia e ai polpacci. Anche psicologicamente non ce la faceva più: continuava a ripetersi che era il momento di ritirarsi, che non valeva la pena di patire tanto per una stupida corsa. Spingeva ancora le sue povere gambe nella speranza di riprendersi, ma era sfinito, prosciugato, annichilito. Nemmeno le grida di incitamento che gli lanciava il pubblico erano di aiuto, al contrario, gli davano fastidio. Tentò di isolarsi, non funzionò. Le odiava, quelle maledette scimmie urlatrici, capaci solo di guardare e dimenarsi. Ci provassero loro a trovarsi in quella situazione. Fece un patto con le sue gambe: portatemi fino alla fine, e vi prometto che non farò un solo passo oltre la linea del traguardo. Vi prometto una seduta di massaggi che vi rimetteranno a nuovo, e almeno una settimana di riposo. Risposero con un’acuta sinfonia di crampi. Poi, come un prestigiatore apparso dal nulla, al suo fianco si ripresentò mister Hard Rock con la sua maglietta gialla. Era stato più lungimirante, lui. Aveva ridotto il passo per non sfiancarsi troppo presto. Ora lo stava distaccando inesorabilmente, con regolarità, era già alcune decine di metri più avanti. Aveva gestito meglio la propria gara, aveva rispettato il programma che si era fissato. Ecco cosa succede ad essere troppo impulsivi: si cominciano un milione di cose e non se ne finisce nessuna. Dove l’aveva sentito dire? Smise di correre e cominciò a camminare. Le gambe gli tremavano, ogni passo era una sofferenza. Guardò il suo cronometro: le quattro ore erano appena trascorse, aveva fallito il suo obiettivo, a che serviva continuare ancora? Si fermò, appoggiò entrambe le mani a una transenna, con la testa china e lo sguardo di un uomo sconfitto. Il sudore gocciolava copioso dalla sua fronte, formando piccole macchie scure sulla strada. Potevano sembrare anche lacrime. Si domandò se fosse giusto sfogarsi, in quella situazione. No, non era dignitoso. Rimase fermo un paio di minuti tentando di trattenere il pianto. In fondo era solo un altro dei suoi tanti fallimenti; niente laurea, niente carriera, niente nipotini per il babbo. Cosa poteva importare se finiva o no quella maledetta maratona? Cosa sarebbe mai cambiato nel tagliare il traguardo? Non capiva nemmeno perché aveva deciso di partecipare, nello stato d’animo in cui si trovava. Aveva ragione Anna, avrebbe fatto meglio a restare a casa, per elaborare il lutto. Non avevano nemmeno ancora celebrato il funerale. Cosa ci faceva lì?
Tre giorni prima suo padre aveva alzato il sottilissimo braccio per chiamarlo vicino al letto. Non aveva quasi più la forza di parlare, ma si sforzò e gli fece una domanda: “Negli ultimi giorni hai trascorso molto tempo qui, non ti alleni più per la maratona?”
Manca poco alla gara, sto facendo lo scarico. In pratica mi riposo, recupero le energie.”
Come vorrei poter assistere, però temo che non riuscirò a soddisfare la mia curiosità. Mi sa che sono io quello che deve mollare, questa volta. Non ce la faccio più. Mi piacerebbe proprio sapere cosa sceglierai di fare, quando arriverai al quarantesimo chilometro.” Furono le ultime parole che pronunciò prima di morire, la notte successiva.
Mentre si accingeva ad abbandonare il circuito, alzò lo sguardo lungo il tratto di strada che aveva rinunciato a percorrere. Ed ecco che lo vide, a non più di trecento metri da lui, a contrassegnare l’ultima stazione per i rifornimenti, il cartello con sopra quel numero.
Quaranta.
Che cosa sceglierai di fare al quarantesimo chilometro?

Camminò, prima piano, poi sempre più velocemente, fino ad arrivare in corrispondenza del cartello. Lo guardò senza fermarsi, sputò per terra, strinse i denti e ricominciò a correre verso il traguardo.

martedì 30 dicembre 2014

Alle prese con una strana milonga.

Il primo tango non si scorda mai.


Ma dove sta guardando?



Il Coso Rosso ha sentito in lontananza la melodia di un tango argentino e adesso mi fissa con quei suoi grandi occhi bianchi, ipnotici. Telefono a F., una mia amica tanguera: "Stasera c'è una milonga a Bologna. Ci andiamo insieme io, te e il Coso Rosso." Grande.
Il posto è al secondo piano di un hotel in centro, nessun cartello o avviso all'esterno, per arrivarci devi già sapere che lì si balla. Evidentemente la notizia è girata, visto che la sala è piena. Piena di gente elegante, vien da dire alla prima occhiata, soprattutto le signore: gonne al ginocchio, tacchi alti, nessuna scollatura, portamento aggraziato. Il Coso Rosso mi sussurra all'orecchio che le donne sono molto, molto più belle degli uomini, e che dovrei iscrivermi a un corso di tango, se non voglio rimanere scapolo per sempre.
Seguo F. nello spogliatoio: tutti, ma dico tutti, arrivano con il loro sacchettino, dal quale estraggono le preziose scarpe da ballo. Un rituale. Già, il tango argentino ha un mucchio di regole, di consuetudini che contribuiscono al suo fascino, al di là del ballo. Per esempio: volete invitare una donna a ballare? Allora dovete guardarla da una certa distanza (Mirada), se lei ricambia lo sguardo, le farete un cenno col capo (Cabeceo), se risponde al vostro cenno, potete avvicinarvi, se invece si gira, siete stati discretamente rifiutati. (Tranquilli, non capita praticamente mai. I ballerini scarseggiano, ergo le ballerine smaniano di ballare con il primo che capita a tiro.)
il DJ viene chiamato Musicalizador, le canzoni non vengono mixate e sono proposte in blocchi di 3 o 4 alla volta (Tanda), interrotti da una breve canzone (Cortina) di genere diverso. Se un uomo inizia una Tanda con una ballerina, dovrà farla ballare fino al termine di quella Tanda, cascasse il mondo. Alla ballerina è invece concesso di interrompere il ballo, nel caso il ballerino sia veramente troppo scarso, o troppo sudato, o troppo audace.
Ridacchia, il Coso Rosso. Ha visto degli uomini con il ventaglio. Becero pupazzo, non c'è niente da ridere, fatta eccezione per quel tipo in panciotto che si arieggia pavoneggiando un triangolo di piume amaranto. Si tratta di una forma di cortesia: le donne non hanno tasche, di conseguenza l'uomo si porta un ventaglio in pista e lo usa per rinfrescare la ballerina tra una canzone e l'altra, che sudare troppo è disdicevole.


F. sta ancora ballando. Accanto a me, come un'apparizione, si siede la più altera delle Dame. Capelli raccolti, trucco sobrio, tubino bianco lungo con spacco laterale, spalle scoperte, pendenti a un filo d'oro e scarpe decolletée. Il Coso Rosso mi fissa, mi fa coraggio, e io parlo. "Quanto tempo occorre per imparare questo ballo?" Senza guardarmi, con sorriso serpentesco. "Per gli uomini è più difficile. Oltre a imparare i loro passi, in pista devono guidare la ballerina, evitare le altre coppie, interpretare la musica, tutto contemporaneamente. Il problema è che siete uomini. Il multi-tasking non è il vostro forte."
"Ehm. Quindi, quanto tempo?"
"I migliori ci mettono un anno per fare qualche passo decente. Un periodo lungo, e questo è positivo. Gli uomini che iniziano con l'intenzione di usare il tango come mezzo per fare conquiste smettono prima. Quelli che continuano lo fanno per vera passione nel ballo."
Cortina: The Final Countdown degli Europe. F. esce dalla pista e mi si avvicina. Sguardo torvo: "Non mi avrai mica fatto fare brutta figura, vero?"
Anche stasera io e il Coso Rosso rincasiamo da soli.

martedì 14 maggio 2013

LE 36 REGOLE PER SCRIVERE CORRETTAMENTE.



36 consigli con esempio incorporato scritti da William Safire, poi tradotti da Umberto Eco. Fatene tesoro, aspiranti scrittori.

1. Evitate le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
4. Esprimiti siccome ti nutri.
5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
9. Non generalizzare mai.
10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu”.
12. I paragoni sono come le frasi fatte.
13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
15. Sii sempre più o meno specifico.
16. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
17. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
18. Metti, le virgole, al posto giusto.
19. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non sempre è facile.
20. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
21. C’è davvero bisogno di domande retoriche?
22. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe – o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento – affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
23. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fa sbaglia.
24. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
25. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
26. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
27. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche e simili.
28. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del “5 maggio”.
29. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
30. Pura puntiliosamente l’ortograffia.
31. Non andare troppo sovente a capo.

Almeno, non quando non serve.

32. Non usare mai il plurale maiestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
33. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
34. Non indulgere ad arcaismi, apax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiono come altrettante epipfanie della differanza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.
35. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
36. Una frase compiuta deve avere

domenica 24 marzo 2013

BUK 2013 - Un piccolo reportage.






BUK, il festival della piccola e media editoria di Modena, si tiene al Foro Boario: in passato qui si svolgeva il mercato delle vacche. Non molto incoraggiante come premessa.

I bagni sono infelicemente posizionati accanto all’ingresso e il primo incontro degno di nota (di biasimo) è con la puzza di cloaca. Superato il trauma, però, la musica cambia: c’è più gente di quanto mi ero prefigurato, 95 editori collocati ordinatamente, gli autori presentano le loro opere in tre sale diverse. Niente male.


In uno dei primi stand che incontro c’è un ragazzo alto e adunco, un cartellino sul petto mi rivela un nome che conosco, visto che si trova nel titolo di tutte le email che mi invia con cadenza regolare. Anche se è la prima volta che lo vedo, saluto Alberto Panicucci di R.I.L.L. come fosse un vecchio amico. È simpatico e ottimamente accompagnato da due belle collaboratrici, mi vende un libro, il secondo me lo regala. Metto in saccoccia e proseguo.


Il secondo tavolino che mi attira è quello di Plesio Editore. Un ragazza sta illustrando il contenuto di un med-fantasy (sottogenere che non conoscevo) con passione vera. Mi soffermo ad apprezzare la sua descrizione degli otto romanzi che sta promuovendo, è preparatissima. Mi faccio raccontare qualcosa sulla casa editrice. È nata nel 2011, a Forlì, distribuisce solo in alcune librerie della sua zona e nelle fiere (caratteristica che si rivela comune a molti piccoli editori. Pare che i distributori chiedano percentuali proibitive) e in questo momento non accetta nuovi manoscritti. È appassionata e gentile, quindi compro un libro. Non devo farmi prendere dall’euforia, altrimenti dovrò rivolgermi ad uno strozzino per pagare tutto.

Assisto alla presentazione di una nuova casa editrice: Edizioni 6pollici. Un Reading non molto riuscito che parla di polline e aspirapolvere, la proiezione di un balletto palloso, ma un interessante volantino che dice più o meno: “Cerchiamo autori. Mandaci il tuo manoscritto, in 60 giorni ti rispondiamo e scriviamo anche una scheda di valutazione.” È come invitare un’oca a bere, cerco subito il loro sito, ma scopro che il servizio di cui sopra costa 25 euro. Buonanotte.

Incontro poi due giovani entusiasti, hanno creato “Tribuks” un social network per gli scrittori e l’editoria. Il progetto, meritevole, è ai primi vagiti. La versione beta ha bisogno di qualche aggiustamento, ma soprattutto serve che questi ragazzi trovino molti utenti. Di fronte c’è la casa editrice A.CAR, mi presento all’editore, è abbastanza affabile e ha voglia di chiacchierare. Mi illustra la sua visione del mercato editoriale, non molto incoraggiante (a dire la verità è il primo che si lamenta, gli altri editori si sono detti abbastanza soddisfatti delle vendite, in particolare per i generi fantasy e sentimentale). Dice che la quasi totalità del successo di un piccolo editore dipende dalla capacità degli autori di auto-promuoversi, e aggiunge, con realismo sconfortante, che in questo periodo un autore deve aspettasi di trarre poco o nessun profitto dalle proprie opere.

Al tavolo di Edizioni Domino ci sono tre signore, la laconicità dell’editrice è compensata dalla prolissa gentilezza delle due autrici prossime alla sessantina che ha a fianco, una delle quali vestita di una peculiare eleganza fuori moda. Mi decantano le lodi dei loro romanzi fantasy (ebbene sì, e io che credevo che fosse un genere da adolescenti), ascolto con attenzione, poi però una si lancia nel dichiarare che poteva pubblicare con Mondadori, ma ha rifiutato perché “non sempre i grandi editori pubblicano grandi romanzi.” Saluto garbatamente, mentre mi scrollo gli schizzi di immodestia di dosso.

Altra presentazione. Nuova S1 di Bologna, attività principale la pubblicazione di libri che trattano il ricamo, lancia una nuova iniziativa chiamata “Il Girovago”. Diari di viaggio di italiani all’estero ed esperienze di stranieri in Italia, più un sito sul quale tutti possono raccontare le loro avventure attorno al mondo. Il loro primo libro tratta un viaggio che ripercorre il tragitto dei migranti africani dal Senegal a Tunisi. Interessante, ben presentato da un autore/attore con la voce profonda e avvolgente. 

Decido di concludere la mia visita con un incontro con l'autore. Quando il ragazzo dice: "Un grande scrittore deve amplificare la sua vita per renderla la vita di tutti, e io l'ho fatto." ecco che mi alzo e faccio per abbandonare il festival. Senonché, lungo il tragitto, il mio occhio cade su un segnalibro fatto a forma di daga. "L'ho fatto io, a mano. Cioè, l'ho ritagliato." La voce flebile di un ragazzo rotondetto e un po' timido. Mi piace l'atteggiamento. Oltre al segnalibro, Federico Marvasi è anche artefice di una saga (I Crepuscolari) di cui ha pubblicato il primo volume con Fedelo's Editrice. Mi compro il libro sulla fiducia, è l'ultimo, ora di tornare a casa e leggere un po'.

venerdì 12 ottobre 2012

La spesa di Nico Panzai.


La spesa di Nico Panzai.



Non gli erano mai piaciuti i supermercati. Tutta quella folla vociante, quell’accalcarsi di persone che facevano incetta di scatolette, sughi pronti, piatti precotti, quell’incrociarsi di carrelli che a volte andavano troppo veloci e rischiavano di urtarlo, altre volte si ammassavano lungo le corsie impedendogli il passaggio, tutta quella confusione lo rendeva nervoso. E Nico Panzai amava la tranquillità. 
No, il commercio di massa non faceva per lui, che era abituato a prendersi tutto il tempo occorrente per selezionare gli ingredienti migliori, necessari per la sua grande passione: la cucina. Quel giorno si sentiva particolarmente esigente vista l’eccezionalità della serata che gli si prospettava, perciò decise di prendersela comoda, fare una spesa di qualità e nel frattempo godersi ogni passo che lo avvicinava alla realizzazione del suo proposito. Diresse la sua automobile verso la campagna e guidò fino all’abitazione di un contadino dal quale si serviva spesso. Selezionò due cipolle e due carote, chiese un poco di alloro e di timo freschi per il piatto forte, e due patate, queste ultime le avrebbe semplicemente lessate, come contorno. Si fece consegnare otto mele, le migliori disponibili, che intendeva utilizzare per preparare una Tarte Tatin, poi ripartì.  
Era la sua auto una Aston Martin DB4 Vantage Convertible del 1961, con la quale si muoveva placidamente nelle giornate di sole dopo averne abbassato la capote, in modo da potersi abbronzare e contemplare più compiutamente la natura e il cielo azzurro. Di auto come quella ne esistono solo settanta esemplari e lui aveva voluto averne una, incurante del prezzo. D’altronde i suoi genitori gli avevano lasciato in eredità una fortuna enorme, dopo averlo abituato a vivere nello stile e nel lusso. Abitudine che egli una volta raggiunta l’età adulta aveva elevato a livello di arte: non considerava nemmeno l’idea di entrare in contatto con qualcosa che non fosse espressione dell’eccellenza. Solamente l’orologio più prestigioso, unicamente i tessuti più pregiati, solo il design più raffinato, nient’altro che gli alberghi più rinomati. Era divenentato un vero e proprio sibarita.
Giunse alla seconda tappa del suo viaggio, un’enoteca ricavata all’interno di un castello medievale dove aveva fatto arrivare una bottiglia di Chateauneuf du Pape da usare per la cottura della portata principale: una Daube Provencale. Prese la bottiglia e la insaccò in fretta. Prestò più attenzione ad un altro acquisto che lo intrigava maggiormente: uno Chateau Cheval Blanc del 1998 che avrebbe bevuto in un ampio calice dopo averlo fatto respirare nel suo prezioso decanter soffiato a bocca. Esaminò con soddisfazione l’etichetta, già pregustando il sapore corposo di quel vino eccezionale, perfetto per esaltare il gusto del suo piatto.
Improvvisamente gli sovvenne che non aveva ancora scelto a quale compositore affidare la colonna sonora per quella serata, valutò fra sé e sé alcune opzioni e rimase un po’ di tempo indeciso fra Berlioz e Messiaen, per poi risolversi in favore del secondo.
La sua passione per la musica classica era grande, nonostante fosse nata in lui quando aveva già trent’anni. Durante le lunghe nottate solitarie che passava nel suo enorme, vuoto palazzo, quando, mentre provava ad addormentarsi, ascoltava i dischi che collezionava la sua povera madre. Dopo pochi giorni si accorse che le arie di Mozart e di Puccini non gli provocavano nessuna sonnolenza, anzi, lo mettevano in uno stato di euforia e in certi casi addirittura di esaltazione. Così cominciò ad ascoltar musica di giorno, e inspiegabilmente riuscì a riposarsi di notte. E poi quelle musiche gli ricordavano la sua mamma e i momenti felici che avevano passato assieme; gli permettevano di dimenticare per qualche ora l’iniqua morte che la povera donna aveva dovuto subire, e la terrificante immagine rimasta inguaribilmente marchiata nella sua mente, da bambino, quando aveva trovato la sua genitrice smembrata a colpi di spada dal padre, impazzito di gelosia, il quale prima di spararsi un colpo in testa lo guardò e gli disse: “Ricordati figliolo, le donne sono bestie, meno di bestie”.
Anche in quel momento, mentre guidava con un gomito poggiato alla portiera, fischiettava un’aria del Nabucco e così sopiva il ricordo. 
Prima di fare rientro a casa, era passato al laboratorio di un vecchio vasaio che lavorava ancora con il tornio a pedale, qui ritirò una cocotte che aveva ordinato tre settimane prima. 
Eh, sì. Nico Panzai, quando preparava una cena, curava ogni dettaglio, soprattutto andava orgoglioso della sua stoviglieria: tutti pezzi unici, rigorosamente artigianali e adeguati alla pietanza che sarebbe stata servita. Ognuno di quei recipienti veniva utilizzato una volta sola, per poi essere riposto in una elegante vetrina assieme alla ricetta che Nico aveva preparato, scritta da lui stesso su di una pergamena di vitello, con grafia curata, mediante l’uso di penna d’oca e calamaio. Quella sera avrebbe aggiunto il ventiquattresimo pezzo alla sua collezione, ma prima, naturalmente, c’erano molte cose da fare: apparecchiare la tavola secondo i dettami del Bon Ton, stappare il vino, pulire le verdure, e scongelare la carne.
Scese nella sua ampia cantina e prelevò dal congelatore un sacchetto di carne che aveva messo lì già da tempo, e quindi doveva essersi frollato a sufficienza. Mentre risaliva le scale lo colse un po’ di preoccupazione: sarebbe riuscita bene la serata? Era la prima volta che si cimentava nella cucina transalpina e temeva che la sua inesperienza rovinasse tutto il lavoro che aveva fatto in precedenza.
Ma d’altra parte non c’era alternativa, era un doveroso omaggio che andava reso alla giovane e gentile ragazza francese che il mese precedente lui aveva ucciso conosciuto durante le sue vacanze a Saint Jean Cap Ferrat. Era una francesina morbida, che aveva ucciso, macellato e tagliato a pezzi, senza fatica, con la spada di suo padre. E che adesso stava per diventare una squisita pietanza.