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sabato 22 settembre 2012

"Glock" di Francesco Ravioli



GLOCK

Racconto 3° classificato al concorso Giallo Miele 2012



1.
Ho preso la padella e con il mestolo di legno ho messo il fricandò nel piatto fondo. Il profumo dei peperoni ha dato una scossa al mio torpore. Prima di versare il contenuto nel piatto, ho letto il nomedel fiore che vi è disegnato: Ophrys speculum, un’orchidea. Per chi non lo sapesse le orchidee non sono un fiore, ma una filosofia. Io non sono né un fiore e tantomeno un filosofo invece, per cui non riesco a coglierne il significato metafisico. Le rispetto, per motivi che non riguardano l’aspetto puramente estetico o legato alla difficoltà nella coltura, ma non me ne intendo. So per sentito dire tra l’altro  che  vengono utilizzate per scopi terapeutici, come emolliente consigliato nelle diarree infantili. Perché lo so?, chi lo sa…bisogna pur passare il tempo e nella nostra era moderna il personal computer ti dà la possibilità di farti una cultura sommaria sulla destra e sulla manca, sapendo un poco di tutto  e un cazzo di niente. Forse lo so perché di riffa o di raffa penso che la diarrea sia lo stato mentale che al momento mi accompagna, in questo luglio afoso. Sono un killer, professionista. Come tutte le persone di questo mondo ho una testa con capelli sopra, non comune a tutte le persone del mondo. Intendo non che la mia testa sia sopra la media di dimensione o con un quoziente intellettivo  alla Sharon Stone  (che  pare  lo abbia alto) ma che ho i capelli. Ciò non appartiene alla maggioranza degli uomini della mia età. Sono un killer, professionista, con il vizio di pensare che avere i capelli vuol dire avere le storia, per un uomo. La propria storia, a portata di 
specchio. Perché solo grazie ai capelli  è possibile il confronto tra quando tutto ti andava per il verso giusto, ed erano corvini come il sedere di un cavallo da dressage, e quando tutto ti va di traverso come un uovo sodo, e sono bianchi come un martini. Bianco come il mio colletto, da impiegato. Ho un’ossessione, posso dire che non sono le orchidee o la peperonata, ma il fatto che non posseggo la fortuna di quelli che riescono a fare il proprio amato mestiere tutte le mattine. Non ho la fortuna di potere pianificare le ferie o le festività soppresse, il natale e il cucù, che non vuol dire nulla se non la scelta di prendersi un permesso per farsi i fatti propri. Perché io non posso fare il killer tutti i giorni, purtroppo. Cosa che mi piacerebbe davvero, il sogno realizzato da quando ero ragazzo mentre leggevo Segretissimo. Io le ferie le devo pianificare in ufficio, la mia copertura, per non lasciare dei buchi sulle attività; mi farei un buco in testa a pensarci, se non fosse che la prima regola del killer è quella di non farsi ammazzare. Tanto meno dalla società moderna.

2.
Non poter esercitare giornalmente la professione  in cui sei il migliore ti fa diventare un po’ 
paranoico. Che io sia il migliore lo penso da solo, non c’è una classifica dei killer come all’Olimpiade: per fare certi mestieri bisogna essere egocentrici e bisogna sopravvivere, anche a costo di essere scortesi. Non soffermarsi a dire ad una vittima “Coraggio, fatti ammazzare”, ma sparare senza fiatare. Alcuni romantici lasciano un cadeau di ricordo, alla Occhi di Gatto, ma dopo un po’ muoiono. Io no. Io non sono un romantico e ci tengo a vedere i miei capelli diventare tutti bianchi. Sono uno che porta a casa il risultato ed ha come obiettivo solo di piacere a sé stesso. Se non sono egocentrico del resto mi accoppano.

3.
Dicevo della paranoia. Per dare un’idea sono diventato amante della Formula 1 perché ho scoperto che un  pilota si chiama Glock.  Tutt’altro che un campione, perciò  lasciai perdere. Non  tutte le Glock escono col buco. L’importante  però  è che la mia ce  l’abbia, il buco: quello della canna intendo.

4.
La mia psichiatra, che mi dà dello schizofrenico, mi consiglia di scrivere per alleviare le sofferenze di credersi un killer a tempo parziale; quando non ho davanti a me un obiettivo, da accoppare, il mio obiettivo si riduce a riempire delle pagine a mo’ di purgante, per purificare la mia mente obnubilata dai pensieri “malavitosi”.

5.
“La smetta di pensare di vivere a Marsiglia”, mi è solita dire la Carla. Come se s’ammazzasse solo a Marsiglia. Ma la vita è un parapiglia anche se non si vive a Marsiglia, così come ci sono bari anche fuori da Bari. Vai a farlo capire alla dottoressa.
Bella donna, sulla quarantina anche lei, i cui capelli definirei rosso magenta se non fossi daltonico. Magari sono castani castagna. Me l’ha consigliata Antonio, il mio unico vero amico, anche perché è mio fratello.  A lui ho confidato la mia  trama, raccontandogliela un po’ naif, per non scoprirmi troppo. Tanto sono certo che mi prende per eccentrico all’inverosimile e non  gli dà credito di un centesimo. E poi è riservato di natura. Mi ha sempre visto come l’anello di congiunzione tra l’uomo e il pagliaccio, uno nato per far ridere intendo, ma che non è mai riuscito a dare libero sfogo alla sua reale natura. Per un certo verso ci ha preso,  e preoccupato ha fatto quello che un buon fratello maggiore deve al minore:  aiutarlo. In questo caso mandandomi da una strizzacervelli amica sua. 
“Hermano, fammi ‘sto favore va. Manco la paghi che c’ho degli affari con quella. Sai, un po’ di qua un po’ di là, meglio tenere il piede in più scarpe”, e mi ha strizzato l’occhio. Diavolo pure lui. Mica me l’aspettavo che c’avesse di queste tresche. Da uno che fa il broker d’assicurazioni, al massimo, t’aspetti che gli si macchi la camicia di pezze d’ascella. 

6.
Buonanotte caro diario, ci vediamo domani, credo di aver scritto a sufficienza stasera, purtroppo mi stanco a fare quello di cui non sono capace e non sono un killer sentimentale, così come mi stanco di te, che dovrai essere la mia coperta di Linus.
Silenzio, poi: “Bang Bang!”.
“Cos’è successo?”.
Niente, creavo solo un po’ di suspense per me stesso…

7.
Siccome non sono uno scrittore, ti dovrai  sorbire ripetizioni, appiattimenti della storia  o veloci 
accelerate di ritmo - scusa sono sotto psicofarmaci - oppure a volte perifrasi quali “'l’tristo sacco /che merda fa di quel che si trangugia” per indicare lo stomaco ovvero volgari parolacce da scaricatore di fronte ad un porto. Quando ero a scuola ero forte nella scrittura dei temi, ma dovevo sviluppare il titolo per dare la mia opinione al maestro; che poi a lui non piacesse, è un’altra storia. Diceva sempre a mia madre che stavo alla genialità come un tonno sta al delfino… è chiaro? Ora, forse è vero che non ero un genio, ma un bambino deve per forza essere un genio per prendere sei in un saggio di italiano? A me piace più pensarmi come un pesce siluro, che non guarda in faccia a nessuno  quando deve arrivare alla sua preda. Leggende dicono che  fagociti anche cani, sommozzatori, scarpe  Prada e via dicendo. E’ quindi un pesce democratico, che non concede privilegi alla propria preda, quello di sentirsi predata perché importante. Diversa è la nostra società: anche e soprattutto nel mio mestiere, ci sono maschi alfa e maschi beta, di maschi omega è pieno il mondo ma non serve ammazzarli, la plebaglia fa sempre comodo ai capibranco. Quindi, non divaghiamo appunto, scusa il pluralia maiestatis, ma hai già capito che soggetto sono, anche perché te l’ho detto io. “Io!… il più lurido di tutti i pronomi!… I pronomi! Sono i pidocchi del pensiero. Quando il pensiero ha i pidocchi, si gratta come tutti quelli che hanno i pidocchi…e nelle unghie, allora…ci ritrova i pronomi: i pronomi di persona”.
Ora, sei d’accordo con questa frase?, non l’ho scritta io naturalmente, e sottolineo il naturalmente oltreché l’io. Ma vorrei solleticare la  tua intelligenza. Ogni tanto quindi riporterò una citazione, per farti pensare a me anche quando ti avrò chiuso Diciamo che, visto che mi danno dello schizofrenico, voglio farti sentire perseguitato un po’ anche a te. Ma… non divaghiamo per davvero. La Carla mi ha consigliato di tenere un diarietto, una pagina al giorno, per scrivere il mio zibaldone di idee, con il preciso fine di aiutarmi a liberare la mente dall’idea di essere un killer inattivo e quindi frustrato. Il fatto che mi porta a farlo sul serio, lo scrivere intendo, è che io sono frustrato  per  davvero! Perché  oltre a non potere  esercitare il mio mestiere quotidianamente  lavoro sotto copertura per una banca, come analista interno. Questo comporta  alla mia frustrazione originale  anche la frustrazione tipica dell’impiegato medio, che definirei meglio come impiAgato, tanto per rendere l’idea.  La vita dell’impiAgato è come una sciarada monca in cui si deve scoprire solo quale lettera sostituire alla “X” nella parola “MerXa”. Non so se fila il ragionamento, ma ho accettato la scelta di scrivere. E poi una paginetta al giorno non è niente. E’ dura dover timbrare ogni giorno un cartellino se sai di essere più svelto di Terence Hill a maneggiare la colt. Che colpi potrebbero partire tutti i giorni da questa mano, la mano sinistra del diavolo, bang. Mi parte un sorriso ora, fugace come una passante che non rivedrai mai più. Meglio lasciare perdere i sogni, sennò dal nervoso mi parte un ponte.

8.
Certo  che scrivere  a ruota libera non  è poi tanto difficile.  Diverso è provare a descriversi. 
Fisicamente, caratterialmente, geomorfologicamente (certe persone hanno una pelle nel viso che sembra il lascito di un’eruzione del Teide), “Porta gli occhiali, il cappello com’è: ma è Jack, ecco chi è!”. Arrivare alla buona rappresentazione di Jack non è poca cosa, in questo caso, che poi non è un caso, ma più che altro un caos. Cambiando l’ordine degli addendi il risultato cambia eccome. Prova a dare un giudizio, anche solo con un aggettivo differente, e vedrai che tutto scorre diverso, dammi un aggettivo d’appoggio e solleverò il mondo del tuo giudizio:

Jack era alto. Barba rasata con i baffi alla siciliana, sguardo sciupato, i capelli neri con  alcuni 
ciuffi grigi aggiustati con una riga retrò, qualche chilo di troppo sul ventre.

Jack era bassetto. Barba rasata con i baffi alla siciliana, sguardo sciupato, i capelli neri con alcuni ciuffi grigi aggiustati con una riga retrò, qualche chilo di troppo sul ventre. 

Nel primo caso si parla di un uomo che ha la più importate caratteristica che gli fa possedere mezza bellezza. La restante parte della descrizione è un corredo di nozze, le nozze coi fichi secchi; non si dice l’età, ma dev’essere sulla quarantina, ha lo sguardo sciupato, perché sciupa le femmine o la vita  appresso a qualcosa d’altro non si sa. E’un esteta, amante di sé stesso, porta i baffi curati, questo è conclamato.  I capelli, ne abbiamo già parlato in precedenza.  Alto e sciupato dagli avvenimenti è già affascinate di per se. Bassetto e sciupato sembra la descrizione di un tappeto turco di un vecchio hamman. Ecco, l’uomo del secondo caso nella mia testa è per esempio un turco, stanco per la giornata passata a scaricare e caricare datteri al mercato, che porta i baffi sì, ma per tradizione e non per estetica e li ha alla siciliana perché è mezzo glabro sul viso. E’ sciupato come l’altro, ma dalla quotidianità. Entrambi hanno qualche chilo in più, ma io perché non si è mai visto un killer che beve latte, solo nel cinema. Il turco perché la sera mangia sino all’orlo per non moriresenza sapore. Di aglio, che tiene lontani i vampiri della vita.

9.
Sono un killer, professionista, il cui nome in codice è Jack. Il mio vero nome però è Giacomo Lai.

10.
“Io voglio alzarmi ora, e voglio andare, andare ad Innisfree, e costruire là una capannuccia fatta d’argilla e vimini: nove filari e fave voglio averci, e un alveare, e vivere da solo nella radura dove ronza l’ape”. Quanto mi ha fatto compagnia la musicalità di questi versi di Yeats nel corso della mia vita. Io ape regina della mia famiglia, il più piccolo e il più venerato. Da sempre mangio miele a man bassa, forse nell’errore di credermi immortale come gli dei dell’antica Grecia, gli unici che potevano cibarsi di ambrosia a quei tempi. Io che ne ho bisogno davvero per sperare di alzarmi dal mio letto la mattina, e non svegliarmi invece in un letto di sangue. Seppur dolce, non è mai divino come il miele.

50.
Credo di non farcela più. Ho strappato tante pagine, un raptus. Due mesi di scritture mie personali. Ho il mio motivo oltre al solito, ed è tremendo. Sfogo: Mi sembra di scrivere il mio coccodrillo. La mia estrema unzione. Il mio eterno riposo, che donerai a me o Signore, e risplenda a lui il fuoco perpetuo delle fiamme blu dell’inferno.  Amon. Termino questo necrologio con la storpiatura dell’amen, una blasfemia forse, ma non voglio che “così sia”. Prosit anzi, alla mia salute dovrei brindare, che sono ancora nel fiore degli anni ma stanziato in una stanza buia e ancora distanziato dallo zio Sam, che non mi dice più “I want you” per fare il mio dovere, nemmeno ora che non è necessario un mandante. 

51.
Ho  preso l’accendino  ed ho  acceso il gas.  Una fiammata mi ha  cotto qualche pelo del braccio, espandendo un profumo di pelle di pollo abbrustolita che ha coperto quello del mio dopobarba denim, acre ed alcoolico per l’uomo che non deve chiedere mai. Io infatti non ho mai chiesto niente a nessuno, sono gli altri che mi cercano per fare fuori degli altri ancora. La pubblicità è la vera sesta arte. Abbassata la fiamma, mi sono reso conto di essere mortale  per davvero.  Ora lo so:  la mia recente disillusione è riuscita a togliermi il giubbetto antiproiettile e rendermi già vulnerato. Sono andato in bagno e ho preso un ferro per fare la maglia, comperato il giorno prima in un vecchio negozio in via Belmeloro. La ragazza che me l’ha venduto non mi ha chiesto il perché o il percome un uomo si è preso la briga di comperare un oggetto tipicamente utilizzato dalle donne. Una persona riservata. Non ce ne sono tante al giorno d’oggi. Ho appoggiato il ferro sul fornello, metallo contro metallo. Bene, il gioco è fatto, quanto è semplice farla finita se uno vuole farlo in silenzio, seduto sul divano di casa con della buona musica. Gian Maria Testa, il suo caldo sussurro e i pizzichi di chitarra mi è sembrato adatto. Rispettoso ed educato, o meglio edulcorante. E’ così semplice andare nei campi elisi che basta perforarsi un polmone con un ferro da maglia incandescente. Lo si può fare da soli, senza aiuto. Self made killer. E’ molto doloroso, una scelta per uomini veri, io infatti uso il denim, non per mezzeseghe che si rifanno le sopracciglia e poi si passano il Lasonil sopra perché gli brucia.

52.
Ho pensato a questo modo per inscenare un omicidio per la mia prossima terapia suggerita dalla Carla. Lo psicodramma. Stavo quasi per prenderci gusto alla fine, meno male che Testa ha finito di cantare e mi sono rimesso la testa sulle spalle. La condizione in cui mi trovo è proprio fuori dal tempo. Distortion.

53.
Quando Carla ha parlato dello psicodramma mi è venuto mezzo da ridere. Per rispetto del ruolo naturalmente hanno riso solo i miei occhi: I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi che tu venga all'ospedale o in prigione nei tuoi occhi porti sempre il sole.

54.
“E’ una terapia di gruppo ideata da J. Levi Moreno. Si inscena un gioco drammatico e si mira a sviluppare la spontaneità dei pazienti facendo emergere i loro vissuti personali, grazie a improvvisazioni sceniche. Il  "direttore del gioco" è lo psicoterapeuta che analizza tutto quanto accade”, mi ha spiegato la Carla. Sono proprio un ignorante, io al massimo potrei citare Levi Strauss, ovvero Michael J. Fox in “Ritorno al futuro”. La Carla finito di parlare si  è alzata  e si  è guardata i jeans soddisfatta, riflesso incondizionato o condizionato?

55.
“Giacomo, con questa ultima terapia possiamo considerare terminata la nostra analisi”, mi ha detto la Carla l’ultima volta che ci siamo visti. A me non sembrava tanto di stare meglio, ma è pur vero che la nostra “analisi” è tutta basata su una falsa rappresentazione della realtà; lei pensa che io sia un pazzo che crede di essere un killer, mentre io so di essere veramente un killer che sta diventando pazzo per altri motivi, soprattutto l’ultimo in ordine di tempo. “Alla messa in scena parteciperà oltre a me, in veste di direttore del gioco, anche un altro paziente che eserciterà il ruolo di vittima. E’ ben inteso che la sua diagnosi è di schizofrenia acuta”. Il tizio pare che abbia il timore di essere intercettato dalla CIA, non si sa per quale motivo, e che la sua vita sia continuamente “in pericolo”. SAS:  Sua Altezza Stronzissima. A pensarci bene mi fa una grande tristezza l’idea di ridurmi ad inscenare un finto omicidio,  “Anche i killer  piangono”,  da granguignolesco che ero ora sono diventato una marionetta nello stesso teatrino di un povero relitto della società umana, quintessenza del disgraziato.

56.
Avrei  ancora tante altre pagine da scrivere in questo diario, perché vada come vada con questo psicodramma la mia vita è oramai un dramma davvero, da prima pagina in Cronaca Vera, e delle pastiglie non posso più fare a meno per riuscire ad accettarmi per quello che sono, nemmeno per digerire questa ultima “frittata” che mi ha cucinato Antonio, amara come il radicchio trevigiano. A domani mondo, questa sera niente miele per me.
***
Rapporto n. 25021978 da parte dell’agente nome in codice Painkiller  - 20 Ottobre 2012, 
Milano. 

Si comunica l’esito positivo della missione affidatami. Stop.
Segue rapporto. Stop.

Giacomo Lai, killer freelance meglio conosciuto come “Jack”alias “Il bello del quartierino” alias 
“Filastrocca” di seguito “il soggetto”, catalogato dall’agenzia come - Rating pericolosità: AA+- , 
è stato terminato in data 19 cm alle ore 10:08. Il soggetto è stato  mantenuto sotto falsa  cura 
psichiatrica presso la nostra sede di copertura in via Gian Galeazzo Sforza 17, Milano dalla data del 16 Agosto 2012 sino alla data del termine sovra indicata. Lai Antonio, nostro agente segreto di stanza a Cinisello Balsamo e consanguineo del soggetto, è stato attore fattivo nella buona riuscita dell’esito della missione. Il Lai Antonio, in virtù delle elevate arti di persuasione apprese presso le nostre scuole di specializzazione in Indocina  e, in seconda istanza, della mal posta  fiducia che riponeva  il soggetto nel medesimo,  ha abilmente  spinto il soggetto  stesso  a sottoporsi a visite periodiche presso la nostra sede di via Gian Galeazzo Sforza 17, Milano, con il fine di alleviare le ininterrotte crisi di ansia di cui il soggetto ha confidato al nostro agente soffrire da anni. Il nostro collaboratore, con adamantino senso del dovere, non ha esitato a cogliere nelle confidenze del soggetto uno spiraglio per potere dare avvio alla missione nelle more poi inscenate, considerando agli effetti nullo anzi infangante ogni legame con il fratello alla luce delle apprese  di lui attività criminali. Nelle citate sedute, con la sottoscritta sotto mentite spoglie di medico psichiatra, è stata praticata al soggetto la tecnica dell’ipnosi zurlina, con il preciso obiettivo di  estrapolare al soggetto ogni informazione utile alle nostre necessità, per il bene di Patria e della continua pace mondiale. Non era difatti funzionale alla nostra missione attivarsi con il termine del soggetto senza operare un solo tentativo di manipolazione della di lui mente, per carpire ogni utile segreto finalizzato alla nostra sicurezza. Il tentativo, effettuato tramite ipnosi in prima istanza ed in seguito indotto tramite autoconfessione scritta,  è  malauguratamente naufragato ad un  “Senza esito”.
Appurato che la corteccia cerebrale del soggetto si è rivelata impenetrabile nonostante le più alte tecniche di manipolazione in nostro possesso, è stata mia precisa indicazione avviare il temine del soggetto. Nella data sopra indicata, il soggetto è stato condotto in un’ala dello studio di via Gian Galeazzo Sforza 17, Milano all’ uopo insonorizzata, ove è stato incoraggiato ad inscenare una simulazione di omicidio per psicodramma (tecnica psicologica che abbiamo ipotizzato essere funzionale ai nostri fini) di fronte alla sottoscritta e ad un secondo paziente, il nostro agente scelto Abdul Karim Sukur alias “Il turco” sotto mentite spoglie. Non appena il soggetto si è avvicinato al nostro agente scelto impugnando  un ferro da maglia con  il preciso  intento di operare il falso omicidio,  “il turco” ha estratto dalla fondina  una Beretta modello Px4 Storm SD Type F  fusto acciaio silenziata di ordinanza, con la quale ha  inferto al soggetto un colpo mortale  nel  centro dell’osso frontale del cranio. A temine avvenuto, l’agente  Lai Antonio ha effettuato una perlustrazione nell’appartamento del soggetto, non rilevando altro da porre agli atti se non l’Allegato 1 al rapporto in corso. Nulla di rilievo è stato altresì riscontrato negli abiti indossati dal soggetto il giorno del suo termine, se non un biglietto nella tasca interna della giacca che riportava la seguente frase: 

- Vedo la luna, vedo le stelle, vedo Caino che fa le frittelle, vedo la tavola apparecchiata,  vedo Caino che fa la “frittata” -

La carta, da analisi al microscopio, è risultata essere intrisa di acqua e di contenuto salino.


Allegato 1 – Scritti personali del soggetto 

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martedì 18 settembre 2012

PURIFICAZIONE.

Racconto vincitore del concorso Giallo Miele 2012.








La signora Matteucci tornò dalla sua vacanza alle terme e non trovò suo marito ad accoglierla. Non che dopo oltre quarant’anni di matrimonio si aspettasse una festa a sorpresa, ma almeno una mano per portare dentro i bagagli poteva dargliela! Nessuno gli avrebbe risparmiato una bella ramanzina.
Entrò faticosamente in casa trascinando le valigie e lo chiamò. Lo chiamò nuovamente, più forte, poi controllò che non fosse in giardino. Probabilmente era in cantina a trafficare con le sue bottiglie di vino e non poteva sentirla. La donna aprì il frigorifero penosamente vuoto, come c’era da aspettarsi  da un uomo sposato dopo una settimana di assenza della moglie, trovò comunque una bottiglietta di thè freddo, si sedette sul divano e accese il televisore. Rimase perplessa quando, terminata la puntata dell’Eredità, suo marito non si presentò per la cena, e decise di andare a controllare.
Al centro della cantina vide un grosso sacco di plastica ben chiuso, di quelli che si usano per i rifiuti. La sagoma di ciò che conteneva non lasciava dubbi. La signora Matteucci corse verso il cadavere di suo marito, strappò il sacco disperatamente e urlò osservando inorridita le proprie mani.

Il nuovo arrivato, l’appuntato Vito Ragusa, indossava sempre gli stessi occhiali neri e aveva sempre la medesima espressione seria, imperturbabile, a tutte le ore, in tutte le situazioni.  Come Sylvester Stallone quando recita. Sembrava anche l’unico di tutta la Compagnia a  non essere distratto dalla procacità del Maresciallo Stefania Abbondanti e probabilmente era per questo che l’avevano affiancato a lei.
“Il Capitano Zamboni non si occupa direttamente dei casi di omicidio?” Domandò il giovane carabiniere.
“Oh, sì.” Rispose la donna. “Ma ha un problema con i cadaveri: se ne vede uno si sente male, vomita, sviene. Non è uno spettacolo consigliabile.”
“Non sarà peggio che vedere la scena di un omicidio.”
“Me lo dirà la prima volta che le toccherà di portare la divisa in lavanderia.”
Ragusa non rispose. Fermò l’auto nei pressi della villetta dei Matteucci e scese, seguendo il Maresciallo Abbondanti nell’edificio. Un infermiere li accolse: “Signori.”
“Avete spostato il corpo? La moglie dove si trova?” Stefania si guardava attorno per capire se ci fossero indizi di quel che era successo.
“Abbiamo solo controllato che fosse effettivamente morto. La signora si trova in ospedale, è sotto shock. Il corpo è in cantina, vi accompagno.”
Scesero una rampa di scale non molto ben illuminata. Il cadavere era sdraiato sul pavimento, ancora per metà dentro il sacco. Il Maresciallo si mosse decisa, per esaminarlo da vicino.
“Faccia attenzione!” Esclamò troppo tardi l’infermiere.
Stefania Abbondanti scivolò battendo il sedere a terra e proseguì slittando su una sostanza viscosa fino a trovarsi sdraiata accanto al morto. Alzò il busto di scatto e gridò acutamente scuotendo le mani: “Oddio che schifo, cos’è questa roba? Toglietemela.”
“Sembrerebbe miele, Maresciallo.” Arguì Ragusa, dritto in piedi sull’ultimo gradino della scala, con il cappello sotto braccio e gli occhiali neri  nella penombra.

“È piuttosto insolito.” Ammise il Capitano Zamboni. “Mi faccia capire bene, Abbondanti. Il cadavere era immerso nel miele, dentro un sacco per la spazzatura?”
“Sissignore. Quando la moglie della vittima ha aperto il sacco, il miele si è sparso per tutta la cantina.”
“E il maresciallo c’è scivolata sopra, inzaccherandosi tutta.” Aggiunse Ragusa.
“Ho saputo.” Affermò Zamboni con la sua solita, paciosa faccia da schiaffi. “A quanto pare gran parte del personale della Compagnia è solleticato dal pensiero del Maresciallo Abbondanti tutto ricoperto di miele.”
La ragazza si infiammò in volto e sbottò: “Ho fatto una brutta caduta e sono ancora dolorante! Invece di fantasticare su certe cose i miei colleghi dovrebbero pensare alle mie povere chiappe!”
Ragusa fissò i suoi occhiali neri verso la collega, il sorriso sornione di Zamboni si allargò ancora di più, Stefania Abbondanti stavolta sbiancò: “Cioè… Intendevo dire… non in quel senso… Io…”
“Ho capito, Abbondanti.” Disse il Capitano facendosi serio.
“Perché mai l’assassino si è preso la briga di mettere il cadavere nel miele? Cosa significa?” Senza aspettare una risposta aggiunse: “Maresciallo, avvisi il Professor Deangeli che stiamo andando a fargli visita.”

Aldo Deangeli era un professore di storia con la passione dell’apicoltura. Tutti in paese prima o poi avevano comprato un barattolo di miele da lui e avevano ascoltato un suo aneddoto sulle api e sulla loro importanza, Zamboni compreso.
Arrivarono accolti dall’abbaiare dei cani. “Non vi preoccupate, sono innocui.” Disse l’uomo ai carabinieri che stavano scendendo dall’auto.
“Che carini, quanti ne avete?” Domandò la Abbondanti carezzando un grosso bastardone che le si era avvicinato.
“Questi tre, più uno piccolino che teniamo in casa. Non abbiamo figli e loro ci fanno tanta compagnia. Entrate pure. Al telefono mi avete detto che vi servono informazioni sul miele, ha a che fare con l’uccisione di Matteucci?”
“Sì, speriamo che lei possa aiutarci.” Rispose Zamboni varcando la porta.
“Mi avete trovato per puro caso. Sono tornato stamane da Pisa, dove ho tenuto una serie di lezioni. Ma lo sa che io e Matteucci eravamo compagni di scuola alle elementari. Pensi che l’ho incontrato due settimane fa, dopo anni che non ci vedevamo.”
“Ma davvero?”
“Già, prima di partire ho portato mia moglie fuori a cena. Al ristorante c’erano anche Matteucci e Tarroni, un altro compagno di scuola; loro sono sempre stati due amiconi fin da piccoli. Mi hanno salutato, a fatica però, anche perché erano lì con i figli e una gran nidiata di nipotini che facevano una tale confusione.”
“Gli ultimi momenti felici. Nessuno se ne rende mai conto in questi casi. Professore, il corpo di Matteucci è stato sommerso nel miele, mi chiedevo quale significato simbolico potrebbe avere.”
“Interessante!” Esclamò l’accademico. “E anche terribile. Gli egiziani usavano il miele, mescolato alla propoli, per imbalsamare i loro morti. Presso gli antichi greci, l’ambrosia era considerato assieme al nettare il nutrimento degli dei e produceva sangue divino, donando immortalità ed eterna giovinezza. Entrambi gli alimenti venivano preparati da Demetra, ghiotta di miele, con l’aiuto delle sue sacerdotesse, chiamate per questo Melisse.”
L’uomo smise di parlare e si rivolse alla moglie che stava quietamente seduta con il suo maltese sulle ginocchia: “Lidia, tu conosci già tutte queste storie, vorresti portare un poco di ricotta con quella mia nuova produzione? Vorrei farla assaggiare ai nostri ospiti.”
L’elegante signora si alzò poggiando la mano sulla spalla del marito e sorridendo si avviò in cucina, seguita dal suo cagnolino bianco.
“Ma dicevo, il valore simbolico del miele: ci sono riferimenti molto interessanti nella cultura orientale. Nei Veda il miele è considerato elemento di fertilità, portatore di vita, il grande oceano di sperma, principio fecondatore. Nell’antica cultura giapponese, esso è simbolo della terra e del centro, tanto che tutti gli alimenti dati all’Imperatore, trascendente figura divina, erano conditi con il miele.”
Il professore fece una breve pausa compiaciuta, quindi proseguì: “Ma non credo che queste cose vi siano utili. Al contrario vi interesserà sapere che nell’antica Roma i seguaci del culto di Mitra erano gerarchicamente divisi in vari gradi di iniziazione: i Leoni di Mitra erano un grado intermedio, si occupavano del fuoco degli altari e dovevano preservare la mani pure da ogni atto che rechi dolore, danno o infamia. Poiché erano legati al fuoco purificatore, durante le cerimonie potevano adoperare per l’abluzione solo il miele, essendo l’acqua notoriamente nemica del fuoco. Così con esso si purificavano le mani e la lingua dagli elementi impuri e peccaminosi.”
“Così l’assassino avrebbe purificato il povero Matteucci…” Commentò Stefania Abbondanti.
Rientrò la signora Lidia con un vassoio e lo appoggiò in tavola. “Ecco qua.” Disse la donna. “L’ultimo prodotto del nostro alveare, aromatizzato all’anice.”
“Sembra ottimo.” Constatò il Capitano allungando bramosamente la mano verso una ciotola.
“Lo può ben dire.” Affermò orgogliosamente Deangeli. “Ritengo che ogni cosa, cosparsa di miele, acquisisca una grande sensualità.”
Il Capitano alzò un sopracciglio in direzione della Abbondanti, che non riuscì a evitare un certo rossore sulle guance.
“Sto parlando di cibo, naturalmente.” Continuò il Professore con un lieve sorriso ironico, dopo aver notato la scena. La ragazza frugò nervosamente  nella sua borsa e ne estrasse un barattolino: “Ho portato un campione del miele che ricopriva la vittima, vuole darci un’occhiata?”
Il Professor Deangeli esaminò la sostanza facendola colare da un cucchiaino. “Piuttosto liquido e trasparente, ambrato, quasi dorato. Dall’odore direi che è miele di marruca. Dovrei assaggiarlo per esserne sicuro, ma temo che il suo retrogusto di cadavere non sia di mio gradimento.”
Zamboni piantò lì una sonora risata, domandò: “Dove lo vendono?” Poi infilò in bocca un'altra grossa forchettata di ricotta.
“È abbastanza raro. Viene prodotto quasi esclusivamente in toscana e solo nelle annate propizie.”

L’indomani, il Maresciallo Abbondanti aveva fatto un giro di telefonate e non ci aveva messo molto a scoprire che una grossa quantità di miele di marruca era stata acquistata da Paolo Tarroni pochi giorni prima.
“Tarroni? Quello che era a cena con la vittima? L’amicone del Matteucci?” Domandò Zamboni alzando lo sguardo dal dossier del caso.
“Proprio lui. Ho mandato Ragusa e Azzolini a prenderlo per poterlo interrogare.”
“Bene. Stavo esaminando questa relazione: non ci sono segni di scasso, l’assassino è entrato con il consenso della vittima, e l’ha soffocata, probabilmente con un sacchetto di plastica. Vedo che il corpo ha una specie di bruciatura sulla faccia. Da dove può venire?”
“Si direbbe il segno di un taser, Signore. Uno strumento che paralizza le persone tramite una forte scarica elettrica.”
“Già. Quindi l’assassino non era sicuro di poter sopraffare un uomo di oltre sessant’anni. Mi pare che non vendano questa roba in Italia.”
“Si acquista abbastanza facilmente su internet.”
“Capisco. E non abbiamo testimonianze utili. A quanto pare Tarroni è il nostro unico sospettato.”
“Non sembra convinto, Signore.”
“Di solito quando due amici di vecchia data si ammazzano, lo fanno senza tante storie.”
Mentre Zamboni rifletteva su queste parole, il suo telefono squillò: Ragusa e Azzolini avevano trovato Paolo Tarroni nel suo appartamento, chiuso dentro un sacco pieno di miele.

Zamboni annunciò che sarebbe andato a tagliarsi i capelli.
Stefania Abbondanti sorrise: “Non spettegolate troppo su di me…” Ma sapeva che quel giorno si sarebbe parlato solo delle due vittime. Il Capitano aveva bisogno di raccogliere informazioni su di loro e nessuno poteva saperne più di Enrico il barbiere.
“Capitano, io e quei due abbiamo fatto i giovani insieme! Che brutta fine.” Affermò l’uomo mentre tagliava i capelli al carabiniere. “Li chiamavamo Porfirio e Rubirosa, perché avevano sempre le ragazze più belle. Anche dopo che si sono sposati non hanno mica smesso di fare i playboy. Poi dopo cinque o sei anni si sono calmati anche loro.”
“Si sono calmati?” Chiese il Capitano.
“Eh sì. Si vede che le mogli hanno cominciato a dire davvero. Hanno smesso tutti e due di fare i galletti.”
“Tarroni era vedovo. Magari aveva ricominciato a frequentare qualche donna.”
“Non credo mica. Due anni fa ha subito una certa operazione che non consente più di fare la ginnastica artistica. Quei due lì erano tipi tranquilli, si godevano la pensione; più che altro gli piaceva mangiare bene, e tanto.”
“Non sono morti di indigestione, però.” Commentò amaramente Zamboni.
“Ad ogni modo sarà meglio che lo troviate in fretta questo assassino, prima che Bruno Vespa faccia un plastico del paese. E poi la gente ha paura: Edda, la vecchia mammana, si è fatta accompagnare a Vicenza, a casa dei suoi figli. Figuriamoci che non aveva voluto uscire di casa neanche quella volta che avevano evacuato la sua strada per una fuga di gas. doveva proprio essere terrorizzata. E i miei clienti cominciano a dire che c’è un serial killer in giro.”

Il ragazzo delle pizze suonò in caserma e fece la sua consegna.
Zamboni non aveva intenzione di riposare finché non avesse trovato almeno una pista da seguire, un sospettato, un ipotetico movente. Naturalmente non avrebbe concesso di riposare nemmeno al suo Maresciallo preferito.
“Gorgonzola e peperoni? Abbondanti, questa non mi sembra una pizza da ragazze.”
“Conosce molte ragazze, Capitano?”
“Ragazze di una volta.” Sorrise lui. “In paese dicono che è opera di un serial killer.”
“I due omicidi sono identici: l’assassino si fa aprire la porta, immobilizza la vittima con un taser, la soffoca e la chiude in un sacco pieno di miele. Però i serial killer di solito colpiscono vittime a caso, questi due sono collegati.”
“Cos’è che li collega? Erano amici, ma non abbiamo trovato niente che possa anche lontanamente giustificare una volontà omicida. Avete scoperto perché Tarroni aveva comprato tutto quel miele?”
“Uno dei suoi figli dice che voleva regalarne un barattolo a testa ai parenti in occasione della cresima della nipotina. Bomboniere insomma.”
“Una cresima che lui non vedrà. Figli e nipoti sono una gioia che bisogna godersi ogni volta che si può. Che mi dite dei sacchi? Erano del Tarroni anche quelli?”
“Non ne abbiamo trovati di uguali in nessuna delle due abitazioni.”
“Quindi l’assassino se li è portati da casa. Ha ucciso il Tarroni già con l’intenzione di metterlo dentro un sacco,  poi ha visto il miele e ha deciso di purificare la vittima, conservandone metà per il Matteucci. Cosa voleva dire? Perché li ha infilati lì dentro?”
“Li odiava, li considerava spazzatura?”
Zamboni scosse il capo. “In questo caso sarebbe stato sufficiente ammazzarli. È qualcosa di più profondo. Qualcosa di antico, probabilmente: sembra che i due fossero diventati tutti casa, famiglia e ristorante.”
“Diventati?”
“Me li hanno descritti come donnaioli impenitenti, da giovani.”
“Potrebbe essere una donna dal cuore infranto? Dopo tutto questo tempo? Che la passione si sia riaccesa nel rivedere uno dei due?”
Stefania Abbondanti aveva notato quello sguardo negli occhi del Capitano, lo sguardo che aveva quando un’idea gli attraversava la mente e non riusciva ad afferrarla. Sapeva che il cervello di Zamboni stava elaborando un’ipotesi, ma che aveva la necessità di essere aiutato, perciò continuò a parlare nella speranza di dargli qualche spunto utile. “Forse un figlio illegittimo. No, in quel caso avrebbe ammazzato solo uno dei due. Rimane ancora l’ipotesi del culto di Mitra. Se vuole posso fare una ricerca per vedere se esiste qualche pazzoide che lo pratica, anche se ne dubito: io non ne avevo mai sentito parlare prima d’ora.”
“Io nemmeno. Sono scettico su questa pista, ma non abbiamo altro. Magari riusciamo a restringere il campo dei sospettati. Coloro che hanno conoscenze così specifiche devono essere piuttosto rari .”
Il Capitano appoggiò nel piatto la fetta di pizza che stava portando alla bocca, meditò ancora un attimo in silenzio, poi il suo sguardo mutò: “Abbondanti, lei sa cos’è una mammana?”
“Non ne sono sicura, Signore.”
“Già, lei è molto giovane. Chiami la Compagnia di Vicenza, che fermino la signora Edda Forti. Inoltre deve procurarmi una cartella clinica.”

Albeggiava, Il Capitano Zamboni finì di sorseggiare un caffè; era di umore malinconico quando si sedette di fronte alla donna. Sfogliò la cartella clinica, tirò un sospiro profondo: “Dovremo farle qualche domanda, se vuole può chiamare un avvocato, in ogni caso dovremo trattenerla qui finché non sarà terminata la perquisizione di casa sua.”
“Non vi farò perdere tempo. Il taser è dentro una scatola di scarpe, nell’armadio della mia stanza da letto.”
“È una confessione?”
La moglie del Professor Deangeli chiuse gli occhi. Il suo volto bello e altero, sebbene segnato dall’età, tradì solo per un attimo il dolore che provava. “Non ho mai sperato di sfuggire alla giustizia, mi dispiace solo di non aver finito il lavoro.”
“Si riferisce a Edda? Voleva uccidere anche lei?”
“Era stata il loro strumento. Avevo conservato un poco di miele anche per lei. Sì, la volevo ammazzare.”
“Perché l’aveva resa sterile?”
“Proprio così. Fu lei a farmi quell’operazione, a togliermi mio figlio e la possibilità di averne.”
“Era rimasta incinta di Matteucci e Tarroni aveva coperto il suo amico? O viceversa?”
“Chi lo sa?” Sorrise dolorosamente la donna. “Erano belli, sapevano dire le cose giuste e io avevo poco meno di diciotto anni. Finimmo tutti e tre nello stesso letto. Quando seppero che aspettavo un bambino sembravano impazziti. Avevano delle famiglie, delle mogli, mi urlarono contro con una tale veemenza che non fui capace di oppormi. Abortire era ancora illegale, la legge uscì un anno dopo: mi portarono da Edda la mammana. Mi infilò quei ferri orribili, tirò fuori il feto e lo chiuse in un sacco di plastica.”
La donna fu costretta a smettere di parlare, perché il suo spirito era troppo lacerato dal rivivere quel ricordo.
Zamboni posò lo sguardo sulla cartella clinica: “In seguito fu ricoverata in ospedale, a causa di quell’aborto clandestino rischiò la vita. Si salvò ma rimase sterile.“
Lidia Deangeli strinse le labbra, tenendo le mani sulle ginocchia contrite e continuò: “Ho vissuto per anni con questo dolore dentro, con il rimpianto della vita che avrei potuto vivere. Quella sera, quando li ho visti al ristorante, felici, incuranti, con i loro figli e i loro nipoti, è esploso il mio odio. La loro gioia ha innescato il mio rancore. Ho atteso che mio marito partisse, ho ordinato un taser tramite un sito internet russo, appena mi è arrivato sono andata da Tarroni e l’ho ucciso. L’ho messo in un sacco della spazzatura: doveva finire come mio figlio. La stessa notte ho ucciso anche Matteucci.”
“Lo sa, è stato il miele a farmi sospettare di lei. Poche persone potevano sapere che il miele è considerato un elemento purificatore, e lei ne aveva di certo sentito parlare da suo marito. Partendo da questa ipotesi, mi sono chiesto quale rapporto poteva esserci tra lei e le due vittime: vista la fama dei due, da giovani potevate essere stati amanti, ma il movente? Sapevo che lei non aveva figli, e che Edda la mammana era fuggita in preda alla paura. La cartella clinica ha dato una prima conferma della mia ipotesi, e stanotte Edda ha raccontato tutta la storia ai miei colleghi di Vicenza.”
“Gìà, il miele. L’ho visto, ammucchiato sul tavolo, e mi sono venuti in mente i racconti di mio marito, ma non volevo purificarli, quei due. No, che vadano all’inferno immondi come sono. Il miele è anche un simbolo di fertilità: loro avevano rubato la mia, che se la tenessero anche da morti.”




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